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venerdì 19 novembre 2010

Il tuo menu ideale è nel dna

Brutta parola dieta. Richiama sensi di colpa o forzature di menu e abitudini. La nutrigenetica, invece, ci insegna che il metabolismo e le abitudini alimentari dipendono in gran parte dal dna. Alcuni geni, infatti, svolgono un ruolo fondamentale non solo nel metabolismo dei grassi, degli zuccheri e del calcio ma anche nella percezione del gusto, nelle intolleranze e, in genere, nel nostro modo di rapportarci con il cibo.
G&life, una startup nata nale 2008 all’interno di Innovation Factory, incubatore dell’Area Science Park di Trieste, ha pensato bene di lanciarsi sul mercato offrendo un sistema rapido ed economico di analisi del dna e di studio di un regime davvero personalizzato.
G&life offre un kit che contiene il necessario per il prelievo di un campione buccale (saliva, cellule della mucosa). Il cliente lo rispedisce al laboratorio per l’analisi del dna, unitamente a un questionario che riguarda lo stile di vita. In poche settimane riceve un report con il risultato genetico, consigli specifici e, volendo, un programma completo che integra dieta e aspetti comportamentali.

Emil Abirascid

lunedì 25 ottobre 2010

In pochi anni

In pochi anni, gli uomini saranno in grado di comunicare in modo più efficace tramite una macchina che direttamente.
Ma comunicare è più di inviare e ricevere. Due registratori a nastro forse comunicano mentre suonano e si registrano l’un l’altro?
Siamo convinti di stare entrando in un’era tecnologica in cui saremo in grado di interagire con la ricchezza di un’informazione viva, non nel mero modo passivo in cui siamo stati abituati a usare libri e biblioteche, ma come partecipanti a un processo continuo, in cui possiamo contribuire, e non semplicemente ricevendo.
La comunicazione creativa e interattiva necessita di un medium duttile e plasmabile che possa essere modellato, un medium dinamico in cui le premesse fluiscano nelle conseguenze, e soprattutto di un medium comune con cui tutti possano sperimentare e contribuire. Questo strumento è a portata di mano: il computer digitale programmato. La sua presenza può cambiare la natura e il valore della comunicazione, anche più profondamente di stampa e televisione.

J.C.R. Licklider
Robert W. Taylor
The Computers as a Communication Device (1968)

venerdì 28 maggio 2010

La tecnologia è creata dal sistema

Anche se è vero che in fondo la tecnologia è creata dal sistema, per me è essenziale ricordare che esiste un creatore di questa tecnologia. Il creatore di tecnologia riflette sull’esistente e cerca di costruire macchine che facciano le cose in un modo nuovo. Noi con il nostro lavoro e le nostre pubblicazioni cerchiamo di fornire strumenti e idee. Ogni qual volta tu ti confronti con un prodotto tecnologico ti confronti infatti con le idee e le conoscenze che vi stanno dietro.
Ogni macchina, ogni progetto non sono mai solo una macchina o un pezzo di carta, ma una risorsa di pensiero, ogni invenzione quindi è un’invenzione sociale.
Lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione ha creato nuovi bisogni per un fondamentale diritto umano che è quello del libero, illimitato e non controllato scambio di informazioni, e questo sta alla base di tutta la nostra pratica, che più che essere ideologica cerca di essere una effettiva nuova forma di cooperazione tra la gente.
La cosa che ci sembrava più attinente alla nostra esperienza era verificare come fosse reale e pressante il potere delle multinazionali dell’informazione.
Per quanto riguarda la comunicazione, per esempio, c’è infatti una grossa differenza qualitativa tra ‘bit’ e ‘significato’, in quanto il bit è qualcosa di vuoto e che, appunto, non produce senso se non quando si arricchisce con il significato quindi solamente quando comunica, quando cioè il dato tecnico viene accostato da un elemento vivo.
La comunicazione deve svolgersi, in ultima analisi, fra due persone e non tra uomo e macchina. Il computer è solo uno strumento e nient’altro.

Wau Holland
Wired

martedì 11 maggio 2010

C’è chi vuole mettere il bavaglio a internet

C’è chi vuole mettere il bavaglio a internet e infila di soppiatto commi maligni in provvedimenti che parlano d’altro. Non è più uno scandalo, succede ormai due o tre volte l’anno, magari prima o poi ci riescono.
Ci sono sei italiani su dieci che non sanno nemmeno cosa sia una banda larga e dodici milioni di famiglie che vivono senza un pc, che non è urgente come un lavoro perduto, certo, ma può aiutarti a ritrovarlo un lavoro, a crescere, a riqualificarti. A connetterti con il mondo che corre.
C’è una classifica che misura il grado di innovazione dei paesi europei. Si chiama European Innovation Scoreboard, esamina 29 indicatori e prevede quattro categorie: i leader, i follower, gli innovatori moderati e quelli che devono recuperare. Noi siamo i moderati, ma siamo così moderati da essere gli ultimi dei moderati, Grecia, Spagna e Portogallo ci hanno sorpassato. Praticamente siamo fermi, anzi arretriamo. Verso Malta. Poi, nonostante tutto, più forti di tutti, ci siete voi.
Ho passato una notte a guardarvi uno per uno. Ho aspettato la mezzanotte del 30 settembre, quando chiudeva il termine per partecipare ad I love Internet mandando una clip che spiegasse perché internet ci cambia la vita, perché questa rete infinita di persone e pensieri porterà a un mondo migliore, anzi lo sta già creando (e se vi chiedono dove, rispondete pure: ovunque si stabilisca una connessione fra pensieri positivi, una condivisione della conoscenza, una unione di forze lontane grazie a questa straordinaria piattaforma tecnologica).
Ho aspettato mezzanotte perché i video continuavano ad arrivare. Ora dopo ora, fino all’ultimo minuto. E in quei video c’eravate voi, la vita quotidiana, l’amicizia, l’amore, il divertimento, il lavoro (per tutti quelli che dicono che internet è una cosa astratta, virtuale).
In quei video, anche in quelli che non lo affermavano esplicitamente, c’era un’altra idea di pace e di democrazia che un giorno non lontano intenet porterà. La rivoluzione pacifica prossima ventura. Io ci credo.

Riccardo Luna

martedì 16 marzo 2010

Infopovero

Infopovero è colui che non ha una sufficiente competenza informatica e non domina le nuove tecnologie.
Nella società moderna, con la sua deriva verso una gestione dei servizi attraverso gli strumenti più aggiornati, significa perdere il contatto con il mondo che ci circonda. Per questo la fusione del prefisso info- con l’aggettivo povero risulta efficace: chi è infopovero rischia di restare emarginato, senza lavoro, di essere povero e basta. La prima attestazione della parola risale al 1998, in un’intervista di Tancredi Bianchi, allora presidente dell’Associazione Bancaria Italiana: gli infopoveri erano in quel contesto i bancari di vecchia generazione, sostituiti con un piano pluriennale dagli inforicchi, ricchi di conoscenza tecnologica.
Chi oggi non sa leggere una bolletta telematica o non sa ricercare informazioni sulla rete, rischia di avere sempre meno accesso a qualunque tipo di informazione. E così, grazie all’abiguità funzionale del prefissoide info-, già usato in questa accezione in parole come infosfera e infografico, infopovero sembra destinato a ricoprire un significato di ‘povero di informazione’. Del resto l’informatica è un’’informazione automatica’: per avere un accesso completo all’informazione, oggi non resta che arricchirsi sempre più dei suoi automatismi.

Marco Biffi